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New Martina e la sindrome della pellicola miracolosa: cronaca di un delirio collettivo

La folla si accalca, le mani si tendono, gli occhi brillano come davanti a una reliquia. Ma non è Lourdes, né un’apparizione mariana. È solo New Martina, la nuova icona pop del nulla e un sorriso da influencer di provincia, vende pellicole opache per iPhone come fossero talismani tibetani. E il pubblico, composto da adolescenti in crisi spirituale e genitori inebetiti, la abbraccia come fosse la Madonna in carne e ossa.

C’è chi giura che abbia ridato la vista a un ragazzino non vedente solo poggiandogli sugli occhi la sua pellicola ceramica. C’è chi piange, chi sviene, chi si tatua il suo nome. E c’è chi, come noi, si chiede se non sia il caso di chiamare la neuro.

Perché New Martina, in fondo, è solo una ragazza che vende un prodotto che si trova ovunque, anche cercando a prezzi più bassi e sicuramente con meno teatrini. Ma il suo stand a Napoli è diventato un santuario laico, un luogo di pellegrinaggio dove si fa la fila per ore, come se la pellicola avesse il potere di proteggere dallo sguardo giudicante del mondo o, più probabilmente, dalla propria vacuità.

La ricetta segreta: marketing, ignoranza e un pizzico di Wanna Marchi

La ricetta di New Martina è semplice: una pellicola per trovarli, una pellicola per domarli, una pellicola per gremire e nel buio… (mettete voi l’aggettivo che più vi confà). Come faceva Wanna Marchi, ma con meno urla e più filtri Instagram. Se non altro, Martina non spaccia alghe miracolose: il suo è un lavoro onesto, quello di Wanna lo abbiamo visto. Ma il meccanismo è lo stesso: suggestionare, sedurre, vendere.

E mentre Londra si riempie di milioni di persone che protestano contro l’immigrazione, in Italia l’emergenza nazionale è correre a Napoli per una pellicola. Non per un lavoro, non per un diritto, non per un’idea. Per una pellicola. E allora viene da pensare che sì, forse il cambiamento climatico ha davvero fuso i cervelli. O che l’umanità, come nel Pianeta delle Scimmie, abbia già firmato la propria condanna.

New Martina non è un fenomeno inspiegabile. È il sintomo, quello di un’epoca che ha sostituito la cultura con il culto dell’influencer. Di una generazione che cerca senso in un accessorio per smartphone. Di un Paese che si riproduce convinto di generare il prossimo Einstein, e invece sforna cloni sempre più sofisticati di venditori ambulanti digitali. La nuova religione del vuoto, del nulla cosmico e dell’inutilità.

E allora sì, forse un asteroide servirebbe davvero. Non per distruggere il pianeta, ma per resettare le priorità. Per ricordarci che la vista non si recupera con una pellicola, ma con uno sguardo critico. E che la vera emergenza non è la fila per comprare un gadget, ma la fila per tornare a pensare.

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