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23 novembre 1980, una data che non si può e non si deve dimenticare!

“Sono passati 43 anni da quella terribile sera del 23 novembre quando la terra tremò sconvolgendo ogni cosa, ad iniziare dalle coscienze delle popolazioni così duramente colpite.

Tante famiglie sono state segnare per sempre nel fisico, nella mente e nella coscienza da quei pochi minuti di scosse. I morti sono stati tanti, così come i feriti. I danni incalcolabili. Quella sera andarono distrutte case, chiese, monumenti e ogni traccia fragile che l’uomo aveva cercato di salvaguardare fino a quel momento. Un vero e proprio uragano che sconvolse tutto e tutti. Minuti, giorni, settimane, anni che sono impressi a fuoco nell’animo di chi quella sera c’era ed oggi può dire, per fortuna, di essersi salvato. Intere generazioni fecero la conoscenza della parola “terremoto”, fino ad allora sconosciuta. Una parola che ancora oggi sconvolge e che fa tremare l’animo fino nel profondo. Sono passati tanti anni da quella terribile sera del 23 novembre eppure sembra ieri. A ricordarcelo ci sono ancora le macerie delle case pericolanti, non ricostruite, che troviamo ancora in quasi tutte le frazioni dei nostri comuni; nei borghi un poco più nascosti. Un monumento vero e proprio, verrebbe da dire, se le nostre coscienze non fossero scosse dall’indignazione per un processo di ricostruzione che non si è mai chiuso. E questo nonostante il fiume di danaro pubblico giunto nelle nostre terre. Si potrebbe argomentare degli sprechi, delle ruberie, degli illeciti patrimoni costruiti in quegli anni sulla pelle della povera gente, ma la vera ricostruzione che non c’è mai stata è quella dell’anima. Certo, vedere in giro ancora tante tracce viene da voltare lo stomaco e non solo lo sguardo. Ma poi l’indignazione passa, come ne sono passate tante. Eppure se ci si ferma a riflettere ci si accorge che, quei pochi minuti di scosse hanno lacerato più che l’ambiente che ci circonda la nostra coscienza, la nostra anima. Non siamo più gli stessi di allora. Vedere tante macerie, tanti morti, tanti feriti, ci ha fatto cambiare. Ma, forse, più che quei drammatici giorni successivi, a farci cambiare sono stati gli avvenimenti accaduti nelle settimane, nei mesi, negli anni successivi. I rapporti sono stati “drogati”, per certi versi, da quel fiume di danaro che si è riversata sui nostri comuni. La bramosia di alcuni ha spinto ad essere cattivi, a seppellire con i morti del terremoto anche quell’incredibile slancio di solidarietà che in quei drammatici giorni vide tutti protagonisti. Sarebbe bene ricordare a noi, e alle generazioni future, che cosa avvenne in quelle prime ore, nei giorni successivi. Ogni famiglia, ogni persona, accorreva al minimo sussurro di aiuto che si sentiva. Tutti erano amici di tutti; tutti si dividevano quel poco che avevano. L’uno consolava l’altro. Non c’era invidia, bramosia, … nulla, solo solidarietà allo stato puro. Allora ci sentimmo comunità! Settimane dure che però vennero superate da questo spirito unitario che, purtroppo, ben presto sparì. Non ci siamo più sentiti così uniti, anzi ci siamo allontanati in modo sconvolgente. Oggi, spesso, troppo spesso, non ci guardiamo neanche in faccia pur vivendo l’uno di fronte all’altro. Crediamo sia questa la ferita più profonda che si aprì tanti anni fa; una ferita che, purtroppo, non si riesce più a rimarginare. E le colpe sono di tutti noi”. 

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