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VITO TAMBASCO: Ero introverso poi è arrivata la musica!

Mi hai parlato, nella scorsa intervista della “noia” del paese. Perché hai scelto proprio la musica come alternativa?

<<Mio padre faceva il carabinieri e in quei pochi momenti che era a casa, non mi insegnò altro se non la musica. Mi faceva suonare clarinetto>>

Mi racconta Vito che  lui, tuttavia, ha deciso di fare il chitarrista. I suoi amici stretti, dell’epoca,  li ha conosciuti al corso di musica della sua scuola, lì si sono riuniti e hanno creato un gruppo nel Garage di casa sua. Il riscontro iniziale è stato molto positivo sino al meeting del 2012.

Ciò che li spronava molto era il fatto che Salento- il loro paese- ha sfornato un sacco di musicisti che sono arrivati a livelli importanti- come suo zio Pino D’Agostino- e quando iniziarono a suonare con il gruppo furono visti con interesse infatti la prima esibizione avviene proprio in paese. 

Con  quali brani avete iniziato?

<<Decidemmo di non fare le cover ma delle canzoni nostre, che portammo anche al primo meeting, e questo ci ha permesso di studiarle bene, infatti nel 2014 uscì il primo CD. Eravamo completamente autodidatta e non avendo un professore eravamo molti liberi a livello di creatività.

Credo che se avessi studiato musica non avrei mai avuto questo risultato alternativo>>

 

Voi avete notato di essere andati oltre gli schemi che si pongono come regole nella musica?

<<Mi sono sempre discostato dall’idea di riprendere lo stile da un’altra band

poiché avrebbe reso confusa la musica inedita. Noi siamo stati sempre, e tutt’ora, un’eccezione>>

Io e Vito abbiamo parlato dell’istinto artistico che non parte da uno studio specifico ma che viene dall’impeto dell’artista a prescindere dalle regole. 

Qual è l’emozione che hai provato quando hai notato che il pubblico ti premiava, nonostante tu fossi autodidatta?

<<Io da ragazzino non ero socievole, o meglio ero introverso e non mi ero mai esposto più di tanto del gruppo sociale. Per me è stata una sorpresa come se avessi preso delle cose impolverate, che sapevo fossero lì ma non ne avevo mai fatto uso, e le ho riscoperte>>

Com’è stato uscire dal “bozzolo” attraverso la musica?

<<è stato naturale, il complicato è stato viverlo poiché io iniziavo ad approcciare con le persone ed era come il primo giorno di scuola…sei un po’ preoccupato, spaventato. Poi dopo non te ne vuoi tornare più a casa.

Questo mi ha aiutato a creare il mio Io e il mio carattere e poi  sono nate diverse interazioni che hanno dato vita alle relazioni che hanno fatto o fanno parte della mia vita>>

Vito mi dice che in questo percorso a tappe è riuscito a comprendere se stesso, infatti, a partire dal suo essere alternativo si è reso conto di non essere fatto per il paese, chiuso e circoscritto, ma che aveva bisogno di un ambiente pieno di stimoli e di diversi punti di vista. Questo spiega perché vive fuori dall’Italia e come mai i loro concerti girano l’Europa. 

La musica ti ha aiutato a capire lo stile di vita che volevi fare, no?

<<Certo perché la mia vita è stata basata sin ora sul progetto. Non è mai stato un gioco per me quindi il mio carattere si basa su ciò che ho creato>>

La loro musica iniziò come una sorta di critica contro la società rispetto a temi specifici tramite 

l’ alternative grunge, nel periodo adolescenziale, quando gli ardori giovanili sono cambiati  e si è creato  un equilibrio nella  loro vita è cambiata anche musica, come è lecito che sia. 

<<Stiamo facendo musica più complessa proprio come più complicata diviene la vita in età adulta ma sicuramente più equilibrata come le nostre vite…questo si trasferisce nel progetto>>

<<Il problema dell’artista è che quando poi non riesce a trovare un equilibrio a quel punto deve capire cosa fare, limitare la musica o equilibrare la propria vita con essa, altrimenti inizi ad odiare il contorno>>

Voi iniziate con la rabbia, poi vi integrate in società. Seguendo questa linea e la tua idea di musica, mi dici che o si distrugge il sentimento iniziale o si stabilizza?

<<Si. Molta arte nasce da un disagio o dall’analisi espressiva di un qualcosa che può essere etremamente bello o brutto. Poi si sbloccano delle capacità. Nessun artista non ha vissuto un momento estremamente negato o estremamente positivo per poi fare qualcosa…>>

Secondo Vito è l’analisi di se stesso che poi porta al risultato di vita che sposa percorso musicale ed inoltre aiuta l’artista a capirsi e capire cosa vuole o deve donare poi al pubblico. Poi, divaghiamo come in ogni nostra intervista, sino al raccordo sull’idea che si deve capire da dove viene e come si è creato l’artista- che è la mia idea di intervista- perché il contatto nasce da un contesto umano e non tecnico.

<<Perché il ragazzino problematico o la donna triste ci scrive che ha un riscontro e si ritrova o si riprende ascoltando le nostre canzoni? Perché c’è una connessione con il pubblico. Noi dobbiamo di certo farci capire, anche non puntando al successo, ma dobbiamo riuscire a comunicare perché vuol dire che qualcuno secondo loro ce l’ha fatta no? >>

Di base l’uomo è fragile, quindi anche la persona allegra poi si ritrova in canzoni più profonde, perché ,forse in fondo, tutti viviamo una dimensione malinconica, triste, che o sfoghiamo nel silenzio o nel riso no?

<<Se noi non riusciamo a trovare un veicolo che ci fa trovare a nostro agio non riusciamo a trovare un modo per risolvere i nostri problemi, l’arte è uno dei più evidenti e nasce per risolvere delle problematiche che se non ci fossero state, il resto non sarebbe mai nato. Se una persona è troppo gioiosa sicuramente non è molto positiva. La nostra musica nasce egoisticamente, forse, da un problema individuale poi si è ritrovata in molti e probabilmente se non ci fosse stato “il problema” nella società, oggi non faremmo più musica>>

Chi eri tu prima e dopo la musica?

<<Prima un ragazzino molto introverso con problematiche nel relazionarsi, dopo qualcuno che ha capito cosa sono veramente le persone e come i rapporti umani vadano valorizzati. Ad oggi baso il mio lavoro sull’approccio con la persona>>

Passare dall’introversione a scoprire di essere empatico com’è stato,  un passaggio a tappe o immediato?

<<Stranamente velocissimo. Immagina di passare da un bambino, che ai compleanni giocava da solo perché non sapeva come inserirsi nel gioco, a un ragazzo, che sale sul palco che si trova in una posizione di rilievo verso gli altri ma non nel senso di “sottomissione”… parliamo di “ammirazione”, se nel pubblico c’è anche una sola persona che sorridere  vuol dire che stai facendo qualcosa per cui essere apprezzato. A quel punto questa soglia che porta al distacco ha anche tagliato il filo al “distacco sociale”>>

Mi racconta che già quando ha ricevuto  il primo applauso ha avuto una prova di empatia rendendosi conto che non per forza doveva approcciare con le persone facendo una domanda o una battuta. Per lui rompere il ghiaccio è stato sicuramente alternativo rispetto al solito, è bastato un applauso o qualcuno che riesce a capirlo effettivamente. 

Quando hai avuto il primo confronto con te stesso?

Credo quando ho scritto la mia prima canzone, nel Dicembre 2010. La scrissi per un’altra persona.

Non avendo avuto troppi contatti relazionali, fu il periodo del terremoto in Abruzzo, e al tempo esisteva MSN dove si potevano inserire i contatti solo via e-mail ma vista la mia situazione decisi di provare un metodo alternativo e aggiunsi un e-mail a caso. Uscì una ragazza, tra l’altro della mia età, e iniziammo a parlare un sacco – eravamo entrambi introversi- e fu la mia prima grande amica. Passammo mesi a parlare e quando ci fu il terremoto lei ebbe problemi a dormire, e per aiutarla feci il modo di cantarle una sorta di ninna nanna e scrissi questa canzone, scarna ma la più sentita a livello emotivo, e la aiutò molto.

Credo che sia in quel momento che abbia iniziato ad espormi verso me stesso e a capire cosa esporre alle persone>>

Quanto è stato importante capire quale erano, a quel punto, le tue emozioni rispetto agli altri e renderti conto che esistevano persone che volevano ascoltarti davvero?

<<Ho capito che se ti metti a nudo l’anima, in senso artistico, sono stesso gli altri nella dimensione “umana” a fare il primo passo, per un introverso è importante>>

Qual era la paura iniziale?

<<La paura che avevo all’inizio era non essere capito per via dei pregiudizi ma probabilmente sono pregiudizi che crei tu verso te stesso, nel momento in cui il tuo ego risulta assente>>

Come fa un bambino ad entrare in una dimensione traumatica di isolamento, nonostante l’età infantile sia una delle più colorate?

<<Secondo me è dovuto all’ambiente, sia quale tu cerchi e quale ti circonda. Immaginati come un mattoncino, che viene messo in un ambiente piccolo quindi in una dimensione basica, claustrofobica, e immaginalo in una ambiente enorme avrà bisogno di stimoli enormi o di persone che non fanno sembrare l’ambiente troppo grande. Io sentivo, inconsciamente, il bisogno di qualcosa di un po’ più grande>>

Vito mi fa capire che aveva bisogno di persone con un Background ampio e innovativo e quindi di stimoli più grandi ecco perché approda in Europa, ad oggi si sente lui lo straniero che ha molto da donare alle persone. Poi mi parla della nuova canzone che sta per uscire, secondo lui, non è pronte perché deve essere non solo creata ma capita da loro per primi. Parla proprio dei rapporti relazionali e delle esperienze in genere, per lui è importante poiché non capita spesso di parlare per voce degli altried estrapolare queste informazioni può essere interessante.  

Il cambiamento per te, da una realtà piccola ad una realtà ampia, com’è stato?

<<Nel mio caso è stata un’accettazione contro i miei stessi pregiudizi verso me stesso>>

Vito già da molto piccolo era introverso, ciò probabilmente derivava da piccoli stress che già iniziava a subire poiché avendo avuto molto tempo da solo aveva il bisogno di fare qualcosa per sprecare le sue energie,  se ne parla nelle prime canzoni degli Heuthymia. Lo stress arrivava dalle piccole ma tante ricezioni che un bambino non riesce a capire ma che non sa distinguere, tra principali e secondari , essendo molto più ricettivo.

Adesso come ti senti a livello emotivo, equilibrato?

<<Ora come ora si. Ho dovuto seminare molto perché la mia vita è sempre stata come una montagna russa, il problema persiste quando sei il alto e guardi giù senza sapere se scenderai lentamente o precipiterai. Posso affermare che ad oggi va dritto e sia arrivato nel finale che volevo, poi magari farà altri mille giri…>>

Quanto può far male essere un bambino critico?

<<Molto, aiuta a non farti godere le cose perché qualsiasi situazione che per gli altri può essere di gioia, mentre tu ti soffermi su tutto anche cose piccole per cui ti tagli fuori dal momento e inizi a portarti dietro le prime riflessioni frustanti che ti accompagneranno nel percorso di crescita>>

Che cos’è la solitudine, una protezione o una gabbia?

<<Quando sei tu con te stesso, nessuno può farti del male. Quando c’è stato il Covid io non sono stato male anzi, venivo da un periodo di caos, vivevo all’estero e avevo subito una rottura da poco con la persona che conviveva da un po’ di anni con me. Non avevo, in tutto quel tempo, mai avuto il tempo di parlare con me stesso, in passato, e con la pandemia, invece, ho avuto il mio spazio. Forse un’altra persona sarebbe esplosa, io sono riuscito a darmi altre risposte e sono stato bene. Non puoi odiare la solitudine, se ci sei abituato, anzi spesso arrivi a ricercarla. Il Covid mi ha dato tempo, non accadeva da tempo, e inoltre ho riscoperto cose che avevo rimosso>>

Quanto è importante avere uno spazio per sé ogni giorno?

<<Dipende, ci sono persone che hanno bisogno di una guida o di attenzioni costanti. Nel mio caso non essendo un artista che ha bisogno di ciò ma che vive in modo autocritico e poi si espone agli altri… non pesa lo spazio per sé. Secondo me in generale, però, è importante poiché l’assenza di spazio può creare delle distanze, che certo ti imponi inconsciamente, e ti portano ad odiare una persona ad esempio>>

Se due identità si fondono troppo rischiano poi nel distacco di restare vuote entrambe!

<<Esatto. Dipende anche dal tipo di simbiosi che si crea. Quando si arriva a convivere o ad unirsi, si riempiono inconsciamente i limiti di ogni uno, ma nel senso che si trova il modo di coesistere in essi senza sopraffarsi. Ci sono situazioni in cui noi non potremmo essere altro se non ci fosse l’altro, ad esempio io senza il gruppo non sarei quello che sono, quindi si supera in realtà il limite che ti poni tramite l’aiuto dell’altro>>

Quanto è stato importante l’arrivo di Edoardo, nel caso della musica, per te?

<<Avevo smesso da cinque anni di fare musica e quando ci siamo ritrovati io e lui con le stesse esperienze, da amici e colleghi, ha fatto il modo che ritrovarsi la musica che avevo perso in quegli anni. Ciò che ne è uscito poi dalle canzoni era tutto quello che tenevo chiuso in me e che probabilmente doveva uscire. Ed è uscito un album in un mese>>

Edoardo quindi è colui che nel limite creato da Vito è riuscito  a tradurre una possibilità, infatti credo che Vito ci voglia dire di non vedere le persone come limiti ma come possibilità di andare oltre la soglia di blocco che ci creiamo.

Dopo tutti questi anni qual è la canzone a cui sei più legato?

<<C’è una canzone nel vecchio repertorio che si intitola “I Guess I’m Not Invisible” e parla di quella emancipazione di cui discutevamo, mi sono espresso nel modo più empatico possibile ed è quella che è arrivata di più! Tuttavia, non pensavo di poter fare meglio né come artista né a livello empatico, anche verso me stesso, poi però è arrivata “Eunoya” che però a livello strumentale è molto più interessante. Per il momento continuo a preferire la prima perché è un pezzo della mia storia che è già posato sul comodino, l’altra deve ancora arrivare ma vedremo…>>

Chi scrive i testi ora?

<<Sono ancora io che scrivo i testi>>

Quanto è importante per te scrivere?

<<Io scrivo per impeto non succede che mi sieda appositamente per creare musica, è un percorso naturale lento o veloce che sia. Non scriverò mai perché devo farlo ma per necessità di farlo in senso emotivo>>

Tu scrivi delle canzoni per te stesso e poi arrivano al pubblico per loro stessi, quanto è importante per te?

<<Ho iniziato per me, per una mia necessità, poi ad un certo punto capisci che scrivi anche per chi ti ascolta>>

Mi racconti un episodio in cui hai avuto un riscontro dal pubblico?

<<Mi ha scritto un signore con disturbo Borderline che era finito in carcere perché vista la sua patologia ha fatto una cosa che non sarebbe dovuta accadere. È stato un estremo, non penseresti mai che qualcuno venga da te a raccontarti un episodio traumatico della propria vita. Per me è stato difficile aprirmi con gli altri, in questa situazione, inizio a pensare che sto facendo bene il mio lavoro perché tra l’altro mi disse che dopo aver ascoltato le nostre canzoni ha vissuto una sorta di redenzione, tramite l’arte, ed era pronto a migliorarsi!>>

Che dire, si commenta da sé! Una persona sicuramente, come ritiene Vito, che vuole reintegrarsi in società  e ci è arrivato tramite l’arte, sentendo vicino uno sconosciuto (in questo caso Vito) solo dopo aver ascoltato la loro musica e si è sentito capito, probabilmente per la prima volta!

L’importante per lui, mi dice, è che resti una traccia di sé nelle persone perché spesso veniamo dimenticati!

Vuoi dirci qualcos’altro?

<<Chiedo a tutti colori che hanno avuto esperienze particolari o che sono state dimenticate, o hanno avuto un riscontro con le mie canzoni, di farsi avanti. Per fare un po’ il punto del mio essere e cosa h portato la mia musica…>>

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