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Gaza: sotto le macerie della pace

Gaza non è solo un luogo da ricostruire: è un cimitero a cielo aperto, un archivio di dolore, una ferita che non può essere chiusa con una firma

Si parla di pace. Di accordi, di tregue, di ricostruzione. Ma come può la parola “pace” calarsi così rapidamente su un territorio dove la morte non ha ancora smesso di parlare? Gaza non è solo un luogo da ricostruire: è un cimitero a cielo aperto, un archivio di dolore, una ferita che non può essere chiusa con una firma. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), il conflitto ha distrutto o danneggiato il 78% dei circa 250.000 edifici stimati nella Striscia. Il risultato: 61 milioni di tonnellate di macerie, una quantità 17 volte superiore a quella generata da tutti i bombardamenti precedenti dal 2008. Sotto queste rovine, si stima che almeno 12.000 corpi siano ancora sepolti.

Una ricostruzione impossibile

La rimozione dei detriti è solo il primo passo. Le Nazioni Unite hanno calcolato che, con una flotta di 105 camion da 19 tonnellate operativi su turni di 8 ore al giorno, ci vorranno fino a 15 anni solo per la fase iniziale. Uno studio pubblicato su Environmental Research: Infrastructure and Sustainability stima che il trasporto delle macerie richiederà oltre 2,1 milioni di carichi di autocarri, coprendo una distanza pari a 736,5 volte la circonferenza terrestre. Ma questi calcoli si basano su dati parziali: oggi le stime aggiornate parlano di oltre 20 anni di lavoro.

Contaminazione e distruzione ambientale

La devastazione non è solo strutturale. Gaza dovrà affrontare:

•            Contaminazione del suolo e delle acque da metalli pesanti, carburanti e amianto

•            Ordigni inesplosi disseminati tra le macerie

•            Distruzione della rete stradale: il 31% moderatamente danneggiato, l’8,9% gravemente     danneggiato, il 25,4% completamente distrutto

•            Perdita delle colture arboree, della boscaglia e delle colture annuali

•            Danni irreversibili alla biodiversità

•            Potenza esplosiva totale usata nel conflitto stimata come tre volte superiore a quella delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki

La pace come oblio

In questo contesto, parlare di “pace” rischia di diventare un esercizio di rimozione collettiva. Una cancellazione mediatica del conflitto, che trasforma la tragedia in una parentesi chiusa, ignorando le responsabilità, le vittime, le ferite aperte. Chi pagherà per tutto questo?

•            Benjamin Netanyahu e i vertici dell’IDF saranno mai chiamati a rispondere per le azioni compiute?

•            Gli Stati fornitori di armi a Israele affronteranno conseguenze politiche o morali?

•            I diritti di proprietà dei palestinesi, cancellati insieme ai registri, saranno mai riconosciuti?

Domande senza risposta

La mattanza subita dalla Palestina non può essere archiviata con una stretta di mano. I rapporti tra i due “Stati” non potranno riprendere come se nulla fosse. La giustizia, se davvero esiste, dovrà passare per la memoria, per il riconoscimento, per la verità.

E pensavamo che non sarebbe mai più successo

Pensavamo — ci avevano insegnato — che ciò che era accaduto agli ebrei durante la Shoah non sarebbe mai più potuto accadere. “Mai più”, dicevamo. Mai più bambini strappati alle madri. Mai più famiglie annientate. Mai più città rase al suolo con la scusa della sicurezza. Mai più l’umanità calpestata in nome della vendetta o del potere.

E invece eccoci qui, in un mondo che si definisce moderno, evoluto, iperconnesso. Un mondo che si indigna per un giorno e poi dimentica. Dove la memoria è un fastidio, e la sofferenza altrui diventa rumore di fondo. Dove si parla di pace come se bastasse un comunicato stampa per cancellare decine di migliaia di vite spezzate, milioni di tonnellate di macerie, intere generazioni cancellate.

Un mondo che guarda altrove. Che scrolla. Che archivia.

Ma Gaza non può essere archiviata. Non può essere dimenticata. Perché la pace non è vera se non passa per la giustizia. E la giustizia non è vera se non riconosce il dolore. E il dolore non può essere ignorato se vogliamo ancora chiamarci umani.

Perché Gaza non è solo un luogo da ricostruire. È un luogo da ricordare.

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