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Montoro: la necessità di non dimenticare

Un’enorme tragedia ha colpito la comunità montorese a Giugno di quest’anno. Nel corso dei giorni successivi sono state passate al vaglio le ipotesi sulle motivazioni che hanno potuto spingere un ragazzo fin troppo giovane a compiere un gesto drammaticamente estremo, incomprensibile persino per i più vicini alla famiglia. Al netto del cordoglio espresso, a rappresentare il più possibile la vicinanza della comunità e delle istituzioni, questo successivo oblio che sembra colpire tutti indistintamente deve essere affrontato per poter fare qualche riflessione.

Nel corso degli anni sono stati diversi i giovani montoresi che hanno considerato questa come l’unica scelta possibile. È fondamentale indagarne le motivazioni, ma soprattutto chiedersi perché il disagio che questo evento ha portato a galla indice di una problematica più profonda, non trova accoglienza nella scuola, nelle associazioni, tra ragazzi. Ognuno esprime le proprie ipotesi, dando la colpa a qualcuno che non ha fatto abbastanza o a qualcosa che non è stato controllato, come ad esempio delle challenges su di un social. Ma bisogna provare a guardare da un’altra angolazione, tenendo sempre presente il contesto: il tessuto sociale che dovrebbe basarsi sulla relazione sana con l’altro, circondare e accogliere chiunque in cerca di ascolto, di comprensione, di cura, continua a mostrare maglie sempre più larghe e chi non riesce ad aggrapparsi a questa rete, vi scivola attraverso.

Da tempo ormai consideriamo questa la “società della performance”, il cui focus è sulla prestazione e in cui siamo costantemente spinti a dare il massimo perché bisogna avere la media alta, il lavoro dei sogni, un fisico invidiabile, dimostrarsi migliori degli altri, inseguire a tutti i costi la felicità. La pressione è asfissiante, ogni fallimento è vissuto come una sconfitta personale e non come un errore da cui si può imparare: questo mette a dura prova la salute mentale e comporta un disagio psicologico che è necessario comprendere e affrontare anche a livello sociale. Si usano di frequente termini come politiche giovanili, politiche sociali, pari opportunità, ma nel corso del tempo queste parole si sono svuotate di contenuto perché troppo spesso abusate senza un vero desiderio di migliorare, lasciando aumentare criticamente l’aridità di un contesto che lascia indietro chi si sente in difficoltà, chi non ce la fa a sopportare la complessità del mondo di oggi, chi chiede aiuto in modo silenzioso quasi a non voler disturbare gli altri che corrono verso qualcosa che probabilmente non raggiungeranno mai.

C’è un unico dovere: la necessità di non dimenticare, non solo questi eventi che si dimostrano un sintomo superficiale di una malattia viscerale silente e letale, ma soprattutto non dimenticare che la piaga peggiore che mette a soqquadro il nostro tempo è l’indifferenza. L’ascolto è la dimensione di cura principale nella Psicologia clinica: ascoltare sé stessi e gli altri, per scoprire modi completamente nuovi di affrontare le difficoltà ed imparare a vedere il mondo con occhi diversi, così da capire che accoglienza non è una parola che va usata solo nei confronti di un fantomatico straniero, ma va praticata quotidianamente con le persone che vivono intorno a noi.

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