Il progetto è finanziato con oltre sei milioni di euro del PNRR e sorgerebbe in un’area censita fra i siti potenzialmente contaminati dell’ex Sito di Interesse Nazionale del bacino del Sarno, a poche decine di metri da uno stabilimento a rischio di incidente rilevante.
Nella zona industriale di Solofra, all’interno di un capannone di poco meno di duemila metri quadrati in Via Nuova ASI, una società di Frigento ha chiesto alla Regione Campania l’autorizzazione a realizzare un impianto di stoccaggio e trattamento di rifiuti plastici non pericolosi. Il progetto, denominato «Plastic Hub», è uno dei «Progetti Faro» di economia circolare finanziati dal PNRR: un contributo pubblico di 6.177.941 euro, assegnato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica con decreto del dicembre 2022.
L’iter, però, si è fermato. Nella seduta del 13 luglio 2026 la Conferenza di Servizi convocata dalla Regione ha sospeso i propri lavori e ha disposto che il progetto sia sottoposto a una verifica preliminare di impatto ambientale. Lo stesso giorno il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco ha notificato un preavviso di parere contrario sul progetto antincendio, dopo che il 27 giugno aveva già chiesto chiarimenti e integrazioni su una lunga serie di punti. II Comune di Solofra si è espresso in senso contrario con più note tecniche e con una delibera del Consiglio comunale dell’8 luglio.
<<Non siamo contrari all’economia circolare, siamo contrari a farla in un luogo e in un modo che nessuno ha ancora verificato», dichiara Andrea Gagliardi, Presidente dell’Associazione P.A. Soccorso Volontari “Ost. Rita Gagliardi ODV” «Qui si somma tutto: un’area già censita fra i siti potenzialmente contaminati, una falda con problemi documentati di tetracloroetilene, uno stabilimento a rischio di incidente rilevante a poca distanza, un distretto conciario che dà lavoro a duemilacinquecento persone e vive di certificazioni ambientali. In un contesto così, la valutazione di impatto ambientale non è un cavillo: è il minimo».
I punti su cui l’associazione ha depositato osservazioni formali sono dieci e riguardano, in sintesi: il rischio che un incendio nell’impianto coinvolga lo stabilimento pericoloso vicino; l’aggiornamento del piano di emergenza esterna; la tutela della falda in un’area con bonifica in corso, su cui la stessa Regione ha convocato un tavolo tecnico il 5 giugno scorso; la presenza, tra i codici richiesti, di rifiuti sanitari destinati non al recupero ma allo smaltimento; l’assenza di un monitoraggio delle emissioni in continuo; la capacità reale dell’impianto, ridotta in corso di procedimento da 500 a 90 tonnellate al giorno, con la linea di recupero dichiarata a 9,8 al giorno, appena sotto la soglia di legge dei 10 che avrebbe imposto la valutazione ambientale; la compatibilità con la vocazione conciaria del distretto e con il depuratore consortile, tarato su reflui di altra natura; la maturità della tecnologia; l’assetto del compendio industriale; e le lacune della relazione antincendio.
Sul primo punto, la Regione stessa ha messo per iscritto di non ritenere accoglibili le giustificazioni fornite sulla riduzione delle quantità, ritenendo la capacità effettiva dell’impianto «ben più elevata». Sulla tecnologia, gli atti mostrano che il reattore che si vorrebbe installare è lo stesso oggetto di un progetto di ricerca avviato nel gennaio 2025 e che si concluderà alla fine del 2027: la sperimentazione, cioè, è ancora in corso. Il gas prodotto dal processo verrebbe bruciato all’interno dell’impianto stesso, circostanza che secondo l’associazione impone di verificare se non si sia in presenza, sul piano giuridico, di un incenerimento con i limiti e i controlli, molto più severi, che ne conseguirebbero. Un ultimo elemento riguarda la geografia dei luoghi. La planimetria catastale del compendio, aggiornata al 2 agosto, mostra che il capannone destinato all’impianto non è un edificio isolato: è una porzione di un unico corpo di fabbrica condiviso con altre due attività, e l’intero comparto scarica in una sola rete fognaria per i reflui industriali e in una sola per le acque bianche. «Se brucia una parte, non brucia solo una parte», sintetizza [nome]. «E se qualcosa finisce in fogna, non finisce in una fogna diversa dalle altre».
L’associazione ha trasmesso le proprie osservazioni a tutti gli enti coinvolti nel procedimento – Regione, Comune di Solofra, Comune di Montoro, Provincia, Consorzio ASI, ARPAC, ASL, Vigili del Fuoco, Prefettura, Autorità di Bacino e gestori delle reti – chiedendo in via principale che il progetto sia sottoposto а valutazione di impatto ambientale e, in ogni caso, che nessuna autorizzazione sia rilasciata prima del parere favorevole dei Vigili del Fuoco e dell’accertamento della compatibilità sanitaria da parte dell’ASL. Ha inoltre chiesto che la documentazione tecnica sia resa accessibile ai cittadini e che si tenga un incontro pubblico di informazione. <<Chiediamo trasparenza e istruttoria, non processi», conclude [nome]. «Gli atti sono pubblici, i dubbi li ha messi per iscritto la Regione, non noi. Ora vanno sciolti prima di firmare, non dopo».
