Caro Gino, oggi ti scrivo come si scrive a qualcuno che non c’è più, anche se in fondo tu continui a esserci. Non so bene quando te ne sei andato, in questa storia che sto inventando, ma so che la notizia è arrivata come arrivano le mareggiate: prima un silenzio strano, poi un rumore che non puoi ignorare.
E allora eccomi qui, a cercare le parole giuste per salutarti. Non è facile, perché tu le parole le hai sempre usate meglio di tutti noi.
Sai, Gino, la verità è che non ti ho mai conosciuto davvero. Eppure ti ho incontrato mille volte: in una stanza che diventava cielo, in un’estate che sapeva di sale, in un bar con quattro amici,in un amore che non finiva mai, anche quando finiva.
La tua voce era una carezza ruvida, una di quelle che non fanno finta di niente. Non cercavi di essere perfetto, e forse è per questo che sei entrato così facilmente nelle nostre vite. Avevi quella sincerità un po’ storta, un po’ malinconica, che solo chi ha visto il mare da vicino può permettersi.
Ti scrivo per dirti grazie. Perché le tue canzoni non erano canzoni: erano posti. E in quei posti ci siamo rifugiati tutti almeno una volta, quando la vita faceva rumore o quando faceva troppo silenzio.
Mi piace pensare che te ne sia andato come hai vissuto: senza clamore, con un sorriso ironico, magari con un bicchiere in mano e una finestra aperta sul mare. Mi piace immaginare che tu abbia salutato il mondo con la stessa leggerezza con cui ci hai regalato le tue parole.
Non so se questa sia una lettera d’addio o una lettera di compagnia. Forse è entrambe le cose. Perché chi ha scritto la colonna sonora delle nostre emozioni non se ne va davvero. Resta lì, in un angolo della memoria, pronto a tornare ogni volta che parte una nota.
Ciao Gino. Non ti dico addio. Ti dico solo: resta. Resta nelle nostre estati, nei nostri amori, nei nostri silenzi. Resta dove sei sempre stato: un po’ più in là del cuore, ma abbastanza vicino da sentirti.
Con affetto, chi ti ha ascoltato senza conoscerti.
